12/11/09

Novembre Scaglie


"Se non potete credere un pochino a quello che vedete sullo schermo, non vale la pena di perdere del tempo per andare al cinema..."
(Serge Daney)

08/11/09

Route 66 (Tom Waits)

"Il paradiso per me? Mia moglie ed io sulla Route 66 con una tazza di caffè, una chitarra da quattro soldi, un registratore preso dal rigattiere, una stanza del Motel 6, e una macchina in buone condizioni parcheggiata davanti alla porta."
(Tom Waits)

07/11/09

Ha tutte le carte in regola per essere un artista (Piero Ciampi)


Ha tutte le carte in regola
per essere un artista.
Ha un carattere melanconico,
beve come un irlandese.
Se incontra un disperato
non chiede spiegazioni,
divide la sua cena
con pittori ciechi, musicisti sordi,
giocatori sfortunati, scrittori monchi.

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista.
Non gli fa paura niente
tantomeno un prepotente.
Preferisce stare solo
anche se gli costa caro,
non fa alcuna differenza
tra un anno ed una notte,
tra un bacio ed un addio.

Questo è un miserere
senza lacrime.
Questo è il miserere
di chi non ha più illusioni.

Ha tutte le carte in regola
per essere un artista.
Detesta lavorare
intorno a un parassita,
vive male la sua vita
ma lo fa con grande amore.
Ha amato tanto due donne,
erano belle, bionde, alte, snelle,
ma per lui non esistono più.

È perché è solo un artista
che l’hanno preso per un egoista.
La vita è una cosa
che prende, porta e spedisce.
(Piero Ciampi)

Combo (BLU & David Ellis)

Combo
by BLU & David Ellis

"Che la Scienza e la Poesia siano sorelle non è un vero segreto per chi le conosce, ma rimane un mistero e un ostacolo insormontabile per molti, al punto che nelle più astratte, formali e controintuitive branche della ricerca scientifica un’elevata immaginazione, simile a quella del poeta, è spesso più utile di un lavoro perseverante.”
(Frederick Pollock)

03/11/09

La Taranta (Gianfranco Mingozzi)

La Taranta
di Gianfranco Mingozzi
(1962 ITA 20')
"La danza eseguita durante la cura è la tarantella, cioé la danza della piccola taranta. Il tarantato, colui che è stato morso, diventa danzando il ragno che lo ha morso, e al tempo stesso lo calpesta e lo schiaccia col piede che danza: questa valenza d'identificazione combattente costituisce il carattere fondamentale del tarantismo come cura. Chi danza si fa ragno: lo imita, striscia al suolo o cammina carponi, s'arrampica, fila la tela, salta ma al tempo stesso è impegnato agonisticamente contro il ragno che lo possiede..."
(Ernesto De Martino)

Piccolo gioiello documentaristico di etnologia, ora disponibile in dvd+libro edito dalla Kurumuny, incentrato su reali casi di tarantate nella Puglia degli anni Sessanta, riprese dall'audace telecamera di Mingozzi, coadiuvato dagli scritti e dalle idee dell'antropologo Ernesto de Martino, dalle folgoranti musiche di Luigi Stifani e dalle ipnotizzanti parole di Salvatore Quasimodo.
Il "rituale di liberazione" della taranta, pregno di musica/danza e furore religioso, permette di dare un'immagine al "male", consentendo di ricostruire, attraverso una comunicazione che si avvale del linguaggio simbolico, la storia personale della posseduta. Il rituale della taranta permette di superare gli intimi conflitti della vittima e di riconciliarla con le sue esperienze dolorose, fino a restituire un senso ad una situazione altrimenti patita come caotica e destrutturante. Si tratta quindi dell'efficacia simbolica teorizzata da Claude Lévi-Strauss nel 1949 sulla rivista "Revue de l'Histoire des Religions", quella potentissima tecnica che attraverso l'uso da parte del terapeuta di peculiari modalità comunicative permette al soggetto di attingere a ciò che è contenuto nel suo emisfero destro cerebrale. L'emisfero destro cerebrale è la sede elettiva del sogno, dei processi visivi, della percezione dello spazio, della comprensione delle metafore e dei simboli, dei flash d'ispirazione e degli stati alternativi di coscienza; ma i suoi contenuti sono inconsci e non verbalizzabili. L'efficacia simbolica permette al soggetto di sanare i propri conflitti, dare un senso ad una situazione che precedentemente sfuggiva al controllo, innescando così un processo di reazioni psicofisiologiche (attraverso la mobilitazione di stati emozionali) responsabili dell'autoguarigione e del recupero di un equilibrio migliore. Quello dell'efficacia simbolica è probabilmente lo stesso campo terapeutico da cui attingono ai giorni nostri gli sciamani, i guaritori, i maghi, i pranoterapeuti etc. Anche nelle pratiche mediche tradizionali, d'altronde, molte cerimonie e persino molte sostanze utilizzate non hanno proprietà curative in senso stretto, ma possono produrre effetti di guarigione proprio per la loro elevata valenza simbolica in grado di suggestionare il cervello del paziente.
Al giorno d'oggi il tarantismo è ormai un lontano ricordo, i centri di igiene mentale straboccano di pazienti, i conflitti vengono sopiti dagli psicofarmaci e dallo shopping compulsivo...ma l'attuale incapacità delle persone di poter attuare un trascendimento simbolico dei loro traumi sembra rendere l'aria irrespirabile e il disagio strisciante sta costantemente attanagliando strati più ampi della popolazione...imperativo diviene stimolare l'immaginazione e la sensibilità estetica, due qualità che con la loro apertura e l'intrinseco carattere di indeterminatezza potrebbero probabilmente restituirci l'efficacia simbolica dell'arte e la sua valenza terapeutica.
Per vedere "La Taranta" cliccare qui

"Oggi noi sappiamo che il morso
non è assalto di démone,
ma il cattivo passato che torna
e si propone alla scelta riparatrice.
Momento di un interiore rimordere,
sintomo cifrato di conflitti
operanti nell'inconscio. Ecco perché
il tarantismo ci riguarda da vicino
e sfida, ancor oggi, le insidiate
potenze della nostra modernità."
(Ernesto de Martino da Sulla terra del rimorso)

27/10/09

The Fall (Tarsem Singh)

The Fall
di Tarsem Singh
(2006 India/UK/USA 117')

Sono rari i film che riescono a stimolare le nostre endorfine endogene, tanto da farci raggiungere uno stato estatico, assai simile a quello provato durante l'innamoramento, per poi avere voglia di rivederli ripetutamente nei giorni seguenti...con The Fall siamo di fronte a uno dei capolavori del decennio e in pochi se ne sono accorti, anche a causa di una distribuzione al solito miope, impreparata e distratta. Cercare di riassumere le invenzioni visive che si susseguono sullo schermo lasciando senza fiato lo spettatore, sarebbe equivalente a svilirle in una goffa e pleonastica parafrasi: tanto è perfetta la costruzione dell'immagine e l'idea di cinema di Tarsem, artista che a questo punto assurge a vera e propria "next big thing" del cinema mondiale. Il film, presentato da Spike Jonze e David Fincher, è stato creato nella più cristallina indipendenza, grazie ad autofinanziamenti dello stesso regista, girato nell'arco di quattro anni, spostandosi incessantemente tra locations da favola, scovate in circa 28 paesi. La storia si ispira ad un film bulgaro del 1981 dal titolo Yo ho ho e si avvale della sceneggiatura scritta dal regista insieme a Dan Gilroy e Nico Soultanakis. Si tratta probabilmente del film che visivamente più si avvicina alle opere di Alejandro Jodorowsky nei suoi fiammeggianti anni Settanta e va precisato che nel film, incredibilmente, non si ricorre mai ad effetti speciali digitali (anche se guardandolo pare impossibile a credersi). Tutto il film, impregnato di un coinvolgente tono fiabesco, viene a configurarsi come un commovente omaggio al mondo degli stunt-men del cinema muto e come un definitivo struggente atto d'amore verso il cinema, il potere dell'immaginazione e le sue capacità taumaturgiche. In un mondo sempre più privo di emozioni come il nostro, questo film si batte contro l'anestesia progressiva dell'anima umana, quell'apatia che ci attanaglia e riesce (per così dire) a raggiungere il traboccamento dell'essere, tanto che dopo averlo visto non possiamo non riuscire a ridare voce ai nostri sentimenti. Sbalorditiva la capacità visiva, decisamente pittorica (tra Dalì e De Chirico), di Tarsem (coadiuvato da Colin Watkinson) nel comporre le inquadrature. Spicca anche la dolcissima interpretazione della bimba di 6-7 anni, Catinca Untaru, fondamentalmente basata sull'improvvisazione e sull'empatia sviluppatasi sul set tra lei, il protagonista e il regista, che conferisce al film quella purezza incontaminata, che indubbiamente lo contorna. Non svelo alcun particolare della sfavillante trama, perché spero che prima o poi lo vedrete (a proposito i sottotitoli in italiano sono qui).
Vanno anche ricordati gli impressionanti costumi di Eiko Ishioka e non può non colpire l'occhio dei cinefili una sequenza onirica girata in stop-motion dai fratelli Lauenstein, quelli del magnifico Balance. Un film, The Fall, con un finale che non delude le aspettative (non era cosa facile) e ne suggella la bellezza e ritrova, incredibilmente inalterata, la capacità di stupire del cinema delle origini, lasciando letteralmente a bocca aperta gli smaliziati spettatori di oggi. Per ironia della sorte, alla riunione del cineclub Scaglie, in cui io proponevo questo film come apertura della nuova stagione di quest'anno, la proiezione è stata bocciata (senza che i soci votanti lo abbiano però mai visto)...comunque al prossimo film, Tarsem avrà i riconoscimenti che merita (e The Fall riscoperto...come successe alle Iene di Tarantino qualche anno fa) e questo alla faccia di chi ora lo sbeffeggia o lo ignora...

25/10/09

Novembre 2009 al Clan Destino

NOVEMBRE 2009 AL CLAN DESTINO

Domenica 8 Novembre ore 21.30
Dillinger
di John Milius
(1973 USA 96')
“Vi sta rapinando la banda di John Dillinger, la migliore sulla piazza: coi pochi dollari che perdete oggi, vi ritrovate un'avventura da raccontare per tre generazioni. Questo è uno dei grandi momenti della vostra vita. Se vi muovere, è l'ultimo...” Così dice Warren Oates nei panni di John Dillinger. Gangster movie ed ottimo esordio alla regia per lo sceneggiatore John Millius, Dillinger è la storia della lotta senza quartiere tra il celebre rapinatore e Melvin Purvis l'agente che gli diede la caccia accanitamente. Il film non dà giudizi morali ma si limita ad un crudo resoconto cronachistico, realizzato con immagini di grande impatto, ritmi vertiginosi ed un ottima prova del cast. Finora sono stati diciassette i film per la televisione o per il cinema dedicati alla vita di John Dillinger; il diciottesimo, Nemico Pubblico, diretto da Michael Mann con Johnny Depp nei panni del famoso criminale, è ora nelle sale cinematografiche. A voi fare il confronto.

Domenica 15 Novembre ore 21.30
Sukiyaki Western Django
di Takashi Miike
(2007 GIAP 120')
Anteprima con Quentin Tarantino. A centinaia di anni dalla battaglia di Dannoura, i clan dei Genji e degli Heike si fronteggiano di nuovo in una povera città di montagna in cui aleggia la leggenda di un tesoro sepolto. Yoshitsune comanda i suoi Genji vestiti di bianco, mentre Kiyomori capeggia gli Heike, in abiti rossi. Un bandito solitario, oppresso da un carico di ferite emotive e dotato di un incredibile talento, giunge per caso in città. Le aspettative entrano in contrasto quando i personaggi principali si chiedono a quale gruppo si unirà il bandito. Trucchi sleali, tradimenti, desideri e, infine, l’amore, si susseguono caoticamente finché la situazione non esplode in un chiarimento conclusivo. Il film è un omaggio al western all'italiana, il prolifico Miike ha infatti dichiarato di aver sempre desiderato dirigere uno spaghetti-western, che vedeva sempre in televisione quando era bambino, in compagnia di suo padre.

Domenica 22 Novembre ore 21.30
Io sono un evaso
di Mervyn LeRoy
(1932 USA 93')
Un innocente evade dal penitenziario, e cerca di rifarsi una vita, Preso, evade una seconda volta, e si costringe a vivere nel buio, come un animale braccato, diventando un fuorilegge. Fu uno dei capolavori del primo cinema rooseveltiano, per il suo incorrotto realismo e la profonda aspirazione alla libertà di cui era portatore: “le sue scene di brutalità, le compagnie di forzati, la fuga, l’interpretazione di Paul Muni erano tutte cose notevoli. Vi era, indimenticabile, l’ultima sequenza nella quale Muni, in penombra, rispondendo alla domanda della sua amante: ‘Come vivi?’, sussurrava: ‘Rubo!’, ritraendosi subito dopo nella oscurità. Il profondo messaggio sociale del film, la schiettezza dei suoi propositi, l’eliminazione di qualunque concessione commerciale e l’alto livello di tutta la realizzazione lo resero un’opera di convincente valore. (Lewis Jacobs)

Domenica 29 Novembre ore 21.30
Hunger
di Steve McQueen
(2008 GB/IRL 96')
Irlanda del Nord, prigione di Long Kash, 1981. Nel blocco H sono rinchiusi i carcerati di fede repubblicana che mettono in atto la protesta del "blanket protest" e del dirty protest", proteste delle coperte e dello sporco, per riottenere lo status di prigioniero politico. Tra di loro Bobby Sands, attivista dell’IRA, intraprende uno sciopero della fame...Film di esordio duro, intenso ed epico per il video artista inglese Steve McQueen, le cui opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo, che si cimenta con un argomento difficile, in cui gli aspetti storici - la guerra in Irlanda - e la tragedia personale di Bobby Sands si mescolano trascinando lo spettatore in un vortice di violenza e sofferenza. McQueen usa la macchina da presa, alternando linguaggi diversi con immagini sempre drammatiche che descrivono senza mai esprimere alcun giudizio politico. In tempi in cui le missioni suicide sembrano essere il pane quotidiano dei telegiornali, ripercorrere la vicenda di Bobby Sands acquista un valore simbolico proprio per il lungo protrarsi della sua protesta, che lo ha portato a essere conosciuto in tutto il mondo come una figura emblematica, icona di coraggio ed eroismo. Il corpo diventa per Bobby Sands l’estremo strumento di protesta, un "luogo di conflitto politico". Dopo di lui lo sciopero della fame divenne un sistema di lotta a cui si sacrificarono altri giovani repubblicani, che tuttavia non riuscirono mai ad ottenere lo status di progioniero politico per cui lottarono sacrificando la vita. Vincitore a Cannes della Caméra d’Or nella sezione Un certain Regard (recensione tratta e riassunta da NonSoloCinema, per approfondire andare qui).

22/10/09

BIOTA

BIOTA
Biota è il nome di un collettivo musicale statunitense composto da tredici musicisti. Prendono il nome di Mnemonists nel momento in cui incarnano la loro seconda anima, quella di collettivo di performers artistici e visuali.
Si tratta di un ensemble decisamente inedito: piano e fiati, chitarre e ukulele, Moog, batteria e percussioni esotiche, strumenti inventati da loro come il “ Biomellodrone”, e molto lavoro di tape processing per una forma musicale lontana da qualsiasi altra sperimentazione contemporanea. Opinione personale, anche al di sopra di molta. Non è musica elettronica, anche se nella loro musica vengono utilizzati Moog e metodi di processing volutamente “sporco”, concreto. Le sonorità sembrano troppo complesse per essere puramente analogiche. Non è rumorismo, non è concrete music. Non è jazz post-atomico e non è folk. Non è musica industriale. Non è ambient, non è improvvisazione, non è canzone psichedelica. Tutte queste componenti sono compresenti in un impasto complesso e stratificato, così proteiforme da sorprendere anche l'ascoltatore più smaliziato.
La loro musica è caratterizzata dalla contemporaneità di una moltitudine di traiettorie che si sviluppano indipendentemente: suonano insieme in studio, facendo evolvere composizioni tramite improvvisazioni, iterazioni, sovrapposizioni e processing con inserimento di layer ambientali. La musica dei Biota si trasforma secondo regole solo parzialmente controllate dagli autori; ogni brano pertanto è il risultato di un intento, di una linea guida, ma anche del caso. Nel celebre saggio di filosofia naturale “Il caso e la necessità”, Jacques Monod ipotizzava una doppia matrice alla base delle forme naturali: una “necessaria”, come il DNA, ed una “casuale”, che dipende cioè da una complessità inestricabile di fattori ambientali e casuali. Forse per questa analogia alla geometria della natura la musica dei Biota risulta estremamente naturale, nel senso più radicale e primitivo del termine.
L'ascoltatore perlopiù non coglie l'insieme delle traiettorie compresenti ma viene piuttosto attratto da un tema in particolare, percepisce una determinata prospettiva in uno spazio spazio musicale più ampio. Per questo, anche dopo molti ascolti ogni brano continuerà a rivelarsi nuovo e ricco di aree inesplorate.
Lo Spazio è lo strumento dominante: in questo senso la musica dei Biota è musica d'ambiente per eccellenza.
Il lavoro per strati attrae in una profondità disorientante eppure appagante e seducente, in cui convivono registri emotivi contrastanti; è frequente nella loro musica l'uso di sonorità carnevalesche in superficie, mentre nella penombra degli strati più arretrati si agita sempre qualcosa di Oscuro, uno Hide-Behind, un osservatore non visto di cui si avverte la presenza. Il risultato è una musica ineffabile ed inafferrabile, che tocca contemporaneamente corde distanti tra regalando un'esperienza d'ascolto certamente rara e suggestiva.

Una brevissima discografia: il primo album a ricevere attenzioni fu “Horde”, un esempio di aggregazione improvvisativa che stravolgeva le “regole” della scolastica Jazz. Calma apparente alla cui ombra si muovono insidie, evoluzioni e rotture nella descrizione di un vero e proprio paesaggio sonoro. La stessa prorompenza caratterizzerà anche “Bellowing Room” e “Tinct”.
Il passaggio ad una fase più complessa e strutturata è costituito da “Tumble”, fase che culminerà in quelli che considero i loro lavori più godibili, e che quindi consiglio per primi a chi volesse conoscere questo gruppo: “Almost Never”, un'unica session strumentale, e “Object Holder”. Quest'ultimo è un vero “contenitore di oggetti”, uno straordinario caleidoscopio che dopo molti anni ed innumerevoli ascolti continua a rivelare nuovi riverberi. Diviso in tre sessioni intervallate da brevi e suggestivi interludi per solo piano, contiene brani che vanno da canzoni folk-lisergiche cantate da Suzanne Lewis a brani per fisarmonica su base di rumori ambientali. E' vero anche il contrario: in un brano, riverberi di rumori di una stazione si sovrappongono alla lontana fisarmonica di un clochard, che a tratti quasi sparisce negli echi dei treni e delle voci. A tratti le sonorità si assestano su qualcosa di familiare, che però evolve rapidamente e si dissolve nella complessità stratificata sottesa da ritmi fuori sincrono.
Segue “Invisible Map” (il nome di questa rubrica di Scaglie è un modesto tributo ai Biota), eccellente album che ricalca le patterns di Object Holder adottando un linguaggio più esplicito, forse più facile. Le componenti prima amalgamate diventano meglio identificabili: folk europeo, canzone indie-dark, musica classica contemporanea. Rimangono intatte la matrice spaziale, la stratificazione e la dissonanza.

Questa è una formazione che chiunque sia interessato alla musica sperimentale dovrebbe conoscere. Un'esperienza estetica davvero unica ed accrescitiva, un'esperienza d'ascolto che può richiedere anni per rivelare tutti i suoi segreti.

11/10/09

Archangel Thunderbird

Archangel Thunderbird
Amon Duul II